Demenza ed ictus: un farmaco comune aumenta il rischio / Dementia and stroke: a common drug increases the risk
Demenza ed ictus: un farmaco comune aumenta il rischio / Dementia and stroke: a common drug increases the risk
Segnalato dal Dott. Giuseppe Cotellessa / Reported by Dr. Giuseppe Cotellessa
Uno studio britannico su 165.000 pazienti con demenza evidenzia come il risperidone aumenti il rischio di ictus in tutti i sottogruppi, senza eccezioni.Nella farmacologia geriatrica, la gestione dei sintomi comportamentali nella demenza rappresenta una delle sfide cliniche più complesse e dibattute. Uno studio di ampia portata condotto nel Regno Unito, coinvolgendo oltre 165.000 pazienti affetti da demenza, ha ora fornito nuove evidenze sull'associazione tra risperidone e rischio di ictus, mettendo in discussione alcune assunzioni consolidate nella pratica clinica. I risultati, pubblicati sul British Journal of Psychiatry, suggeriscono che non esiste alcun sottogruppo di pazienti che possa considerarsi al riparo da questo rischio, con implicazioni potenzialmente significative per le linee guida prescrittive nel trattamento dei disturbi comportamentali associati alla demenza.
Il risperidone è un antipsicotico atipico appartenente alla classe dei bloccanti dei recettori della dopamina D2 e della serotonina 5-HT2A. Nel contesto della demenza, viene prescritto principalmente per controllare episodi di grave agitazione e comportamento aggressivo, situazioni che interessano circa la metà di tutti i pazienti con demenza e che causano profondo disagio sia ai malati sia ai caregiver. Nel Regno Unito, il risperidone rappresenta l'unico farmaco di questa categoria ufficialmente autorizzato per l'impiego in questa popolazione di pazienti, il che lo rende di fatto un'opzione terapeutica quasi obbligata quando gli interventi non farmacologici risultano insufficienti.
Lo studio ha analizzato cartelle cliniche anonimizzate del Servizio Sanitario Nazionale britannico (NHS) raccolte nell'arco di quasi vent'anni, dal 2004 al 2023. I ricercatori hanno adottato un disegno comparativo, mettendo a confronto pazienti con demenza che avevano ricevuto una prescrizione di risperidone con un gruppo analogo di pazienti non sottoposti a tale trattamento, controllandone le caratteristiche demografiche e cliniche. Questa impostazione metodologica ha permesso di isolare l'effetto del farmaco dal ruolo confondente di altre variabili cliniche, inclusa la storia cardiovascolare pregressa.
I dati emersi dall'analisi quantificano il rischio in modo preciso. Tra i pazienti con una storia pregressa di ictus, il tasso annuale di eventi cerebrovascolari ha raggiunto il 22,2 per 1.000 anni-persona nel gruppo trattato con risperidone, rispetto al 17,7 per 1.000 anni-persona nel gruppo di controllo. Più significativo, da un punto di vista clinico, è il dato relativo ai pazienti senza precedenti episodi di ictus: anche in questo gruppo ritenuto a priori meno vulnerabile, il rischio si è rivelato misurabile, con un tasso del 2,9% tra chi assumeva il farmaco contro il 2,2% tra chi non lo assumeva. I ricercatori hanno inoltre rilevato che il rischio di ictus risultava più elevato nei pazienti in trattamento per periodi brevi, intorno alle 12 settimane.
"Sapevamo che il risperidone causa ictus, ma non sapevamo se alcuni gruppi di pazienti potessero essere più a rischio di altri. Pensavamo che, identificando le caratteristiche che rendono alcune persone più vulnerabili, i medici avrebbero potuto evitare di prescrivere il farmaco a quei pazienti" — Dr. Byron Creese, Brunel University of London.
Il dottor Byron Creese della Brunel University of London, uno degli autori dello studio, ha spiegato con chiarezza la logica iniziale della ricerca ed il suo esito inatteso. La speranza dei ricercatori era di individuare un profilo paziente "sicuro" per la prescrizione del farmaco: l'analisi ha invece dimostrato che il rischio cerebrovascolare è distribuito in modo sostanzialmente uniforme tra i diversi sottogruppi esaminati, indipendentemente dalla presenza o assenza di fattori di rischio cardiovascolare preesistenti. Questa scoperta non elimina la necessità del farmaco, ma ne ridefinisce il contesto di utilizzo.
ENGLISH
A British study of 165,000 patients with dementia highlights how risperidone increases the risk of stroke in all subgroups, without exception.
In geriatric pharmacology, managing behavioral symptoms in dementia represents one of the most complex and debated clinical challenges. A large-scale study conducted in the United Kingdom, involving over 165,000 patients with dementia, has now provided new evidence on the association between risperidone and stroke risk, challenging some established assumptions in clinical practice. The findings, published in the British Journal of Psychiatry, suggest that no subgroup of patients can be considered immune from this risk, with potentially significant implications for prescribing guidelines for the treatment of behavioral disorders associated with dementia.
Risperidone is an atypical antipsychotic belonging to the class of dopamine D2 and serotonin 5-HT2A receptor blockers. In the context of dementia, it is primarily prescribed to control episodes of severe agitation and aggressive behavior, conditions that affect approximately half of all dementia patients and cause profound distress to both patients and caregivers. In the United Kingdom, risperidone is the only drug in this category officially licensed for use in this patient population, making it a virtually mandatory therapeutic option when non-pharmacological interventions prove insufficient.
The study analyzed anonymized National Health Service (NHS) medical records collected over nearly twenty years, from 2004 to 2023. The researchers employed a comparative design, comparing patients with dementia who had received a risperidone prescription with a similar group of patients who had not received this treatment, controlling for demographic and clinical characteristics. This methodological approach allowed them to isolate the drug's effect from the confounding role of other clinical variables, including previous cardiovascular history.
The data emerging from the analysis precisely quantify the risk. Among patients with a history of stroke, the annual rate of cerebrovascular events reached 22.2 per 1,000 person-years in the risperidone group, compared to 17.7 per 1,000 person-years in the control group. More significant, from a clinical perspective, is the data relating to patients without a history of stroke: even in this group, previously considered less vulnerable, the risk proved measurable, with a rate of 2.9% among those taking the drug versus 2.2% among those not taking it. The researchers also found that the risk of stroke was higher in patients treated for short periods, around 12 weeks.
"We knew that risperidone causes stroke, but we didn't know whether some patient groups might be more at risk than others. We thought that by identifying the characteristics that make some people more vulnerable, doctors could avoid prescribing the drug to those patients." — Dr. Byron Creese, Brunel University of London.
Dr. Byron Creese of Brunel University of London, one of the study's authors, clearly explained the initial rationale for the study and its unexpected outcome. The researchers' hope was to identify a "safe" patient profile for prescribing the drug: the analysis instead showed that cerebrovascular risk is distributed essentially evenly across the different subgroups examined, regardless of the presence or absence of preexisting cardiovascular risk factors. This finding does not eliminate the need for the drug, but it redefines its use.
Da:
https://www.tomshw.it/scienze/studio-su-165000-pazienti-svela-il-rischio-ictus-2026-03-09#:~:text=Uno%20studio%20britannico%20su%20165.000,tutti%20i%20sottogruppi%2C%20senza%20eccezioni.
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