Ipertensione: scoperto un meccanismo cerebrale chiave / Hypertension: Key brain mechanism discovered

 Ipertensione: scoperto un meccanismo cerebrale chiave Hypertension: Key brain mechanism discovered 


Segnalato dal Dott. Giuseppe cotellessa / Reported by Dr. Giuseppe Cotellessa



«Abbiamo scoperto una nuova regione del cervello che causa l'ipertensione. Sì, il cervello è responsabile dell'ipertensione!» — Professor Julian Paton, University of Auckland

La scoperta cruciale del gruppo riguarda però una connessione funzionale fino ad ora sconosciuta: questa regione cerebrale risulta collegata anche ai nervi che regolano la vasocostrizione, ovvero il restringimento dei vasi sanguigni che determina un aumento della pressione arteriosa. I ricercatori hanno osservato che in condizioni di ipertensione la regione paraacciale laterale risulta cronicamente attivata. Quando il gruppo ha inattivato sperimentalmente questa area, la pressione sanguigna è tornata a livelli normali, fornendo un'evidenza diretta del suo ruolo causale nel processo ipertensivo.

Queste osservazioni suggeriscono anche che determinati schemi respiratori — in particolare quelli che coinvolgono un uso intenso dei muscoli addominali — possano contribuire all'innalzamento della pressione arteriosa. L'identificazione di modelli di respirazione addominale nei pazienti ipertesi potrebbe quindi diventare uno strumento diagnostico utile per individuare la causa sottostante ed orientare terapie più mirate. Si tratta tuttavia di risultati preliminari che richiedono ulteriori validazioni prima di poter essere tradotti in protocolli clinici.

Il passaggio dalla scoperta alla terapia presenta però ostacoli non banali. Come sottolinea lo stesso Paton, «bersagliare il cervello con farmaci è complicato, perché agiscono sull'intero organo e non su una regione selezionata come il nucleo paraacciale». La soluzione potrebbe arrivare da una struttura periferica: i corpi carotidei, piccoli ammassi cellulari situati nel collo in prossimità dell'arteria carotide, che monitorano i livelli di ossigeno nel sangue e trasmettono segnali al sistema nervoso centrale. I ricercatori hanno scoperto che proprio questi chemocettori periferici sono responsabili dell'attivazione della regione paraacciale laterale nelle condizioni ipertensive.

Poiché i corpi carotidei sono accessibili farmacologicamente senza necessità di attraversare la barriera ematoencefalica, rappresentano un bersaglio terapeutico potenzialmente più sicuro e praticabile. Il gruppo sta attualmente importando un farmaco esistente, da riadattare per ridurre l'attività dei corpi carotidei e, per via indiretta, inattivare a distanza la regione paraacciale laterale senza ricorrere a sostanze che penetrino nel cervello. Questo approccio di riposizionamento farmacologico — ossia il reimpiego di molecole già note per nuove indicazioni terapeutiche — è considerato uno dei percorsi più rapidi verso applicazioni cliniche.

Un ambito di applicazione particolarmente promettente riguarda i pazienti affetti da apnea notturna, una condizione in cui la respirazione si interrompe ripetutamente durante il sonno. In questi soggetti, ogni episodio apnoico genera una riduzione dell'ossigeno nel sangue che stimola i corpi carotidei, i quali a loro volta attivano la regione paraacciale laterale contribuendo così all'ipertensione spesso associata a questa sindrome. Le domande che rimangono aperte riguardano la durata degli effetti dell'inattivazione farmacologica dei corpi carotidei, la sicurezza a lungo termine di un approccio che interferisce con un sistema di monitoraggio vitale dell'ossigenazione e la possibile efficacia in diverse popolazioni di pazienti ipertesi, non solo quelli con apnea del sonno. I prossimi passi del gruppo di ricerca di Auckland, con la verifica preclinica del farmaco candidato, forniranno indicazioni essenziali per valutare se questo percorso possa davvero condurre a nuove opzioni terapeutiche per una delle patologie più diffuse al mondo.

ENGLISH

"We have discovered a new brain region that causes hypertension. Yes, the brain is responsible for hypertension!" — Professor Julian Paton, University of Auckland

The team's crucial discovery, however, concerns a previously unknown functional connection: this brain region is also linked to the nerves that regulate vasoconstriction, the narrowing of blood vessels that leads to increased blood pressure. The researchers observed that in conditions of hypertension, the lateral paracaecal region is chronically activated. When the team experimentally inactivated this area, blood pressure returned to normal levels, providing direct evidence of its causal role in the hypertensive process.

These observations also suggest that certain breathing patterns—particularly those involving intense use of the abdominal muscles—may contribute to elevated blood pressure. Identifying abdominal breathing patterns in hypertensive patients could therefore become a useful diagnostic tool for identifying the underlying cause and guiding more targeted therapies. However, these are preliminary findings that require further validation before they can be translated into clinical protocols.

The transition from discovery to therapy, however, presents significant obstacles. As Paton himself emphasizes, "Targeting the brain with drugs is complicated because they act on the entire organ and not on a selected region like the lateral parascial nucleus." The solution could come from a peripheral structure: the carotid bodies, small cell clusters located in the neck near the carotid artery, which monitor blood oxygen levels and transmit signals to the central nervous system. Researchers have discovered that these peripheral chemoreceptors are responsible for activating the lateral parascial region in hypertensive conditions.

Because the carotid bodies are pharmacologically accessible without crossing the blood-brain barrier, they represent a potentially safer and more viable therapeutic target. The team is currently importing an existing drug, which can be adapted to reduce the activity of the carotid bodies and, indirectly, remotely inactivate the lateral parascial region without using substances that penetrate the brain. This pharmacological repurposing approach—the repurposing of already known molecules for new therapeutic indications—is considered one of the fastest routes to clinical application.

A particularly promising area of ​​application concerns patients with sleep apnea, a condition in which breathing repeatedly stops during sleep. In these patients, each apneic episode generates a reduction in blood oxygen that stimulates the carotid bodies, which in turn activate the lateral paracaecal region, thus contributing to the hypertension often associated with this syndrome. Remaining open questions include the duration of the effects of pharmacological inactivation of the carotid bodies, the long-term safety of an approach that interferes with a vital oxygenation monitoring system, and its potential efficacy in different hypertensive patient populations, not just those with sleep apnea. The next steps of the Auckland research team, with preclinical testing of the drug candidate, will provide essential insights into whether this approach could truly lead to new therapeutic options for one of the most common diseases worldwide.

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